La personale di Dennis Oppenheim a Milano

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La Galleria Conceptual ospita, fino al 28 luglio, la mostra personale di Dennis Oppenheim (Electric City, 1938 – New York, 2011), uno degli artisti più noti dell’ambito del concettualismo, della land art e della performance.

Trasferitosi a New York nella metà degli anni ’60 dopo gli studi al California College of Arts and Crafts e alla Stanford University, Oppenheim presto abbandona la pittura e la produzione di oggetti artistici, per intervenire direttamente su luoghi e ambienti, prendendo parte alla nascente scena della Land Art e della performance art.

Dennis Oppenheim: lo spazio come luogo da plasmare intervento attraverso il corpo  dell’artista

In mostra diverse opere di Land Art degli anni ’60 e ’70, ovvero documentazione fotografica di interventi sul territorio e di azioni performative svolte in quegli anni, insieme a progetti di installazioni monumentali realizzate negli anni ’80. Le opere degli anni ’60 e ’70 si distinguono per l’intervento diretto sul paesaggio, che implica la sua modificazione sostanziale o lo spostamento degli elementi da un contesto all’altro, i cosiddetti “earth-works”, o per azioni che coinvolgono direttamente il suo corpo, esplorandone le possibilità e i limiti fisici e psicologici.

Dennis Oppenheim concepiva lo spazio come un luogo malleabile su cui agire, da trasformare, anche attraverso il proprio corpo: la sua pratica si concretizza in azioni dalla componente quasi ritualistica, volte ad sfidare la sua resistenza, ma anche a indagare la relazione tra uomo e ambiente. La consapevolezza del proprio corpo e l’interesse verso di esso nasce proprio dalle azioni di Land Art svolte in quegli anni, da cui scaturiscono azioni performative dal forte impatto fisico ed emotivo. I progetti degli anni ’80 invece, fanno riferimento alle grandi installazioni realizzate in spazi aperti, che assumono così la connotazione di opere pubbliche permanenti.

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Con la sua opera Oppenheim ha contribuito ad alcune delle esperienze artistiche più significative della seconda metà del secolo scorso, valorizzando la superiorità del concetto sulla forma, e dunque del progetto sull’opera stessa, spesso effimera, opponendosi alla sacralità e alla permanenza dell’opera d’arte, impiegando la fotografia non più in senso artistico ma come strumento di documentazione e archivio, e infine affrontando alcune tematiche care all’epoca, come la natura dell’arte, la sua produzione e definizione. Il terreno e in seguito il corpo umano sostituiscono la superficie dipinta, intese come il luogo d’intervento dell’artista, il campo libero su cui egli lascia un segno, un’impronta, la possibilità di incidere sulla realtà.

Leggi anche: Playing for Keeps, l’America vista dalla donna contemporanea

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